venerdì 27 luglio 2007
In discoteca con Burzum!!!
Alla fine quella congrega di froci con la "f" minuscola ce l’ha fatta, a portarmi in cristoteca.. ops, discoteca. L’idea malsana è partita, nemmeno a farlo apposta, da quel cane di merda milanese che mi ostino a tenere in casa. Inutile dire che Marino (Sumo, il mio vicino di casa gay con propensione per le barbabietole non da mangiare), ha subito sparso la voce e alla fine m’hanno messo in mezzo e obbligato a prendere la macchina. Destinazione “Discoteca la pecora a pecora” a Casal del Nerchia, in provincia di Monte Metenculo. Paese peraltro molto gradito a Marino, il frocio sottomarino (nomignolo che gli deriva dalla propensione a tastare i pacchi degli amici sott’acqua in Estate). Per l’occasione c’erano anche Ana (Putt), Gualtiero, Johnny e Nara con la cugina Erma Bevosp, un troione unto dall’alito fognato e le ascelle inarrivabili. Configurato il mio navigatore, il TomTom & JerryJerry, con la voce di Bombolo, siamo partiti in otto nella macchina. Inutile dire che ci ha fermato la polizia pochi km. dopo, e solo grazie ai pompini cipollati di Nara e Erma siamo riusciti a proseguire con una semplice multa per eccesso di canini sulla cappella. Dopo aver investito un paio di suore sorde e qualche dozzina di boy scout, ci siamo ritrovati nelle vicinanze della crist.. discoteca “La pecora a pecora”. Mongo scalpitava, al ritmo di una cagata dance che già da un paio di km. veniva a rompere il cazzo nelle mie orecchie poco avvezze a quei ritmi da rintronati sotto lsd. Vabbè, ho infilato due tappi di vetroresina nei miei padiglioni auricolari, uno di sughero in culo (non si sa mai), e ho cominciato ad avvicinarmi a quel luogo nefasto insieme alla combriccola di fraciconi. Che però sembravano davvero entusiasti all’idea di dimenare le chiappe, quindi ero fottuto… senza nemmeno un alleato. All’arrivo mi sono accorto con disappunto che si era aggiunto anche Burzum, che ci aveva seguito attaccandosi al parafango posteriore col monopattino. Ovvio che nemmeno Marino ne fu felice, vista la poca simpatia che aveva tale individuo per i ricchioni, e in generale per chiunque non fosse d’accordo sulle quattro cazzate che gli passavano per la testa, o per il culo. Comunque noi gli davamo sempre ragione su tutto, e lo imbottivamo di psicofarmaci cammuffati da merendine del mulino bianco. Insomma, purtroppo alla fine mi è toccato entrare. Un buttafuori burino fino al midollo ha biascicato delle parole in dialetto cafonese padano di sutri e noi, come al solito, abbiamo mandato avanti Nara che ha risolto tutto a suon di pompini al pesto con giraculo. Dopo essere entrati gratis, ci siamo ritrovati in un locale dall’atmosfera quantomeno equivoca; un gruppo di trans brasiliani ballava al centro della pista con dei contadini ultrasessantenni visibilmente arrapati e paonazzi. Una scena che ha fatto rabbrividire anche il buon Mongo. Nei divanetti ai lati giacevano comitive di troioni miste a narcotrafficanti ubriachi e militari dal quoziente in negativo. Tutti alle prese con enormi canne ripiene di qualcosa di pessimo, viste le facce. Comunque, incuranti dell’ambiente ripugnante che ci circondava, abbiamo cominciato a ballare mischiati ai trans e ai paonazzi. Tutto bene per i primi cinque minuti, ma improvvisamente, mentre provavo un passo di latrino americano misto salsa col viagra e merende, sento una mano scivolarmi lentamente sulla chiappa destra, la mia preferita. Mi giro, convinto di trovarmi alle prese con quel frocio sottomarino di Marino, e invece mi trovo di fronte un trans di un metro e novanta coi tacchi a spillo, le tette di neoprene e il pacco in vetroresina smaltata color carne. “Piacere, Padùlo; il trans che metenculo!”. “Piacere Ceppafl..”, non feci in tempo a rispondere che mi ritrovai un tapis roulant di lingua pelosa in bocca a mò di mocho vileda e il pacco in vetroresina piazzato in mezzo allo stomaco. Ripresomi dalla shock, mi sono divinculato e ho cominciato a fuggire dal mastodontico travello che nel frattempo biascicava frasi in brasiliano di frascati dal tenore volgarissimo. Gli altri non se la passavano meglio, notai. Mentre mi arrampicavo su una tenda per salvarmi da un improponibile trans-amplesso con Padùlo (il trans che metenculo), vidi gli altri accerchiati da una gang di nani vestiti da ballerina che si avvicinavano minacciosamente roteando gli scroti appesantiti da anni di non scopate e Mongo alle prese con un alano che voleva metterglielo nell’ano. Incredibile a dirsi, anche Marino era in evidente imbarazzo e Nara stessa si era resa conto che stavolta i pompini non l’avrebbero salvata. L’unico che poteva risolvere la situazione era Burzum, ma era imbottito di Lexotan misto a farmaci sperimentali che servivano a guarire dal black metal. C’era solo un modo per risvegliarlo dal suo torpore: urlare a squarciagola la frase: “Burzum!!! I froci invadono la Norvegia!!!!”. Dopo un attimo di silenzio, improvvisamente il delirio! Il lobotomizzato si risvegliò, estraendo da sotto il chiodo puzzolente una mitraglietta e un set di coltelli da cucina di Ikea e cominciò a urlare frasi in lingue a lui sconosciute ma dal contenuto minaccioso, anche grazie all’alito, che dava loro una valenza davvero terrificante. In un attimo Padùlo, i nani, l’alano e tutti i buttafuori bisessuali ma per l’occasione froci, si catapultarono su di lui gonfiandolo come una zampogna e sodomizzandolo come se dovessero scolare la pasta col suo culo. Approfittando della confusione siamo riusciti a fuggire, lasciando a gran velocità quel luogo abbietto per ritornarcene a casa guidati dal mio navigatore. Peccato che come spesso gli succedeva di fare, avesse caricato le cartine della Slovenia, facendoci finire in fondo a una dozzina di burroni. Di Burzum non si seppe più nulla per giorni, fino a quando non si ripresentò in comitiva biondo platino con una camicia a fiori e il mascara. Era stranamente gentile e rilassato… quindi decidemmo di sospendere la terapia a base di merendine taroccate e brindammo alla salvezza dei nostri culi. Burzum abbozzò un sorriso… poi sparì zoppicando in un vicolo.
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